C’era una volta la marca da bollo. Un francobollo rettangolare, da comprare in tabaccheria, da incollare sulla fattura e da annullare con una firma o un timbro che la attraversasse in parte, perché non si potesse staccare e riusare. Un piccolo rito cartaceo, con la sua logica: lo Stato tassava la carta, e sulla carta metteva il suo sigillo.
Poi è arrivata la fattura elettronica. La carta è sparita, la tabaccheria pure, la colla non serve più. Il bollo, invece, è rimasto.

Il balzello
Funziona così. Ogni fattura che non porta l’IVA (perché esente, non imponibile o fuori campo) e che supera i 77,47 euro paga un’imposta di bollo di 2 euro. Riguarda soprattutto due mondi: le partite IVA in regime forfettario, che l’IVA non la applicano mai, e chi emette fatture esenti per legge, come medici, dentisti e fisioterapisti. Se vi siete mai chiesti cosa fossero quei 2 euro in fondo alla fattura del dentista, eccoli.
Sull’importo non c’è molto da dire: 2 euro, dal 2013, quando la vecchia marca da 1,81 euro fu arrotondata per eccesso (lo Stato, quando arrotonda, arrotonda sempre verso l’alto). La soglia invece merita una sosta. Perché proprio 77,47 euro? Perché sono 150.000 lire. Una soglia pensata per le fatture scritte a mano, sopravvissuta all’euro, alla fattura elettronica e, verosimilmente, sopravviverà anche a noi.
Il bollo virtuale su un foglio che non esiste
Nella fattura elettronica il bollo diventa “virtuale”: un campo da spuntare nel file XML, con l’importo di 2 euro. Niente tabaccheria, niente annullo, niente carta. Resta però il nome, che fa sorridere: imposta di bollo, cioè una tassa sulla carta bollata, applicata a un file che non è mai stato stampato.
E non si paga più fattura per fattura, ma per trimestre, con il modello F24. Le scadenze sono quattro: 31 maggio, 30 settembre, 30 novembre e 28 febbraio. Chi ne emette poche può accorpare i primi trimestri, se il totale dovuto non supera i 5.000 euro. Il risultato è che per un bollo da 2 euro bisogna tenere un calendario a parte, con un codice tributo diverso per ogni trimestre.
Per onestà va detto che qui l’Agenzia delle Entrate ha fatto un buon lavoro. Nel portale Fatture e corrispettivi trova da sola le fatture soggette al bollo, le mette in due elenchi (quelle dove il bollo è stato indicato e quelle dove, secondo lei, ci si è dimenticati) e prepara l’F24 già compilato. Se il sistema è macchinoso, almeno chi lo gestisce ci mette una pezza.
La tassa sulla tassa (edizione forfettari)
E qui arriva il colpo di scena. Il forfettario, di solito, i 2 euro li riaddebita al cliente, scrivendoli in fattura. Legittimo. Ma secondo l’Agenzia delle Entrate quei 2 euro, una volta incassati, diventano un ricavo. E i ricavi, nel regime forfettario, pagano l’imposta sostitutiva e i contributi.
Il ciclo completo, quindi, è questo: il forfettario incassa 2 euro dal cliente per pagare un’imposta, versa i 2 euro allo Stato e poi, l’anno dopo, paga le tasse su quei 2 euro che non gli sono mai rimasti in tasca. Pochi centesimi, per carità, ma è un meccanismo che ai lettori di lungo corso ricorderà la tassa sulle imposte di cui scrivevamo anni fa. Cambiano i balzelli, la fantasia resta.
Morale della favola
Il bollo sulle fatture è il fossile di un mondo di carta, conservato con cura dentro un mondo digitale. Ha una soglia in lire, un nome che parla di carta bollata e un’agenda di quattro scadenze l’anno per un importo che non basta per un caffè al bar dell’Agenzia. Nessuno chiede di rinunciare ai 2 euro: basterebbe ammettere che non è più un bollo, ma un piccolo contributo sulla fattura, e trattarlo come tale. Magari con una soglia in euro, e una sola scadenza l’anno.
La prossima scadenza, intanto, è il 30 novembre. Segnatevela: il bollo sarà anche virtuale, ma le sanzioni sono reali.
Aggiornato a ottobre 2026. Per il vostro caso chiedete al vostro commercialista (che dovrebbe saperlo).
Fonti: Informazione Fiscale sulle scadenze 2026, Informazione Fiscale sul bollo dei forfettari (interpello dell’Agenzia delle Entrate n. 428/2022), BibLus sull’aumento del 2013.



