Una premessa per i nuovi lettori. Questo sito non parla di storia del Regno delle Due Sicilie, non rimpiange dinastie e non riscrive il Risorgimento: parla di timbri. “Borbonico”, qui, è un aggettivo, non una bandiera. E siccome l’italiano (e non solo) ha inventato parecchi modi per dire “inutilmente complicato”, abbiamo pensato di raccoglierli in un piccolo dizionario del cervellotico.
Le parole di casa nostra
Borbonico. Il nostro punto di partenza. Il Sabatini Coletti, oltre al significato storico, registra quello figurato: “reazionario, conservatore; inefficiente, lento, con riferimento all’amministrazione del Regno di Napoli sotto i Borboni: burocrazia borbonica”. Da qui “borbonismo” e, per estensione, i “borboni” con la minuscola: quelli che campano di inefficienze. La nostra personale etimologia è raccontata nella pagina Info: un maresciallo, una macchina da scrivere e una penna rossa per approvare le correzioni in rosso. “È una norma borbonica”, disse il maresciallo La Rocca. E noi prendemmo nota.
Bizantinismo. La corte di Bisanzio era celebre per i suoi cerimoniali infiniti, i titoli nobiliari a cascata e le dispute teologiche sottilissime. Da qui “bizantino” per indicare un ragionamento cavilloso, formalistico, inutilmente complicato. Ci si porta dietro anche una leggenda: nel 1453, mentre i Turchi assediavano Costantinopoli, i dotti della città sarebbero stati impegnati a discutere del sesso degli angeli. Storicamente è poco più di un aneddoto, ma è la descrizione perfetta di certe riunioni convocate per decidere il colore di un modulo.
Azzeccagarbugli. Nel terzo capitolo dei *Promessi sposi* Renzo va a chiedere aiuto a un avvocato di Lecco, il dottor Azzeccagarbugli, che tra grida, codici e cavilli riesce a non risolvere nulla e a schierarsi con il più forte. Manzoni ne ha fatto un nome comune: l’azzeccagarbugli è chiunque sappia rigirare le norme a proprio vantaggio. Il nome, del resto, è già un programma: azzeccare i garbugli, cioè trovare la via tra i nodi che qualcun altro ha fatto.
Kafkiano. È italiano solo di adozione, ma ormai lo usiamo tutti. Viene da Franz Kafka e dai suoi romanzi *Il processo* e *Il castello*: il protagonista è schiacciato da un apparato di cui non capisce le regole, non conosce i responsabili e non vede la fine. Si dice kafkiana la pratica in cui per ottenere il documento A serve il documento B, che a sua volta richiede il documento A.
Fantozziano. Il ragionier Ugo Fantozzi, creato da Paolo Villaggio, è il dipendente della Megaditta per eccellenza: la gerarchia, i timbri, la sottomissione, il terrore del capo. È forse l’unico caso in cui l’ufficio italiano è diventato una maschera comica, come Arlecchino o Pulcinella. Fantozziana è la situazione in cui la burocrazia non è solo lenta, ma anche un po’ umiliante.
Antilingua. È la parola coniata da Italo Calvino in un articolo pubblicato su *Il Giorno* il 3 febbraio 1965. Calvino mette in scena un brigadiere che trascrive a macchina la deposizione di un cittadino. L’uomo racconta con parole semplici di essere sceso in cantina ad accendere la stufa e di aver trovato dei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Nel verbale diventa “il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico”, che è “casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”. Calvino chiama questo vizio “terrore semantico”: la fuga da ogni parola che abbia un significato preciso, “come se ‘fiasco’ ‘stufa’ ‘carbone’ fossero parole oscene”.
Burocratese. Il nome che oggi diamo, più alla buona, a quella stessa antilingua. È la lingua dei moduli, delle circolari e delle raccomandate, quella in cui un pagamento “si intende perfezionato” e una pratica “è in fase di istruttoria”.
Ufficio complicazione affari semplici. La battuta popolare che chiude la sezione italiana. Non esiste in nessun organigramma, eppure tutti sanno dove si trova.
Le parole degli altri
Per chi temesse che la burocrazia sia un’esclusiva italiana, ecco qualche prova del contrario.
Red tape (inglese). Il nastro rosso. Nel Cinquecento l’imperatore Carlo V, per mettere ordine nell’amministrazione del suo impero, fece legare con un nastro rosso le pratiche più importanti. L’uso si diffuse in molte cancellerie europee, e sciogliere il nastro rosso divenne sinonimo di aprire una pratica infinita. Nell’Ottocento Dickens e Carlyle trasformarono l’espressione nel simbolo della burocrazia. Noi, per coerenza, il rosso lo usiamo nelle nostre illustrazioni.
Amtsschimmel (tedesco). Letteralmente “il cavallo bianco d’ufficio”. Chi immagina un ronzino al trotto tra un ministero e l’altro si sbaglia: la spiegazione più accreditata porta alla monarchia austriaca, dove i moduli standard si chiamavano “Simile”, cioè “simile a quello precedente”. A furia di pronunciarlo, “Simile” sarebbe diventato “Schimmel”. Il cavallo è arrivato dopo, ed è molto più simpatico.
Circumlocution Office (inglese). Il Ministero delle Circonlocuzioni, inventato da Charles Dickens nel romanzo *La piccola Dorrit* (1855–1857). Il suo principio guida è “How not to do it”, l’arte di come non fare le cose. Un secolo e mezzo dopo, il romanzo resta di un’attualità imbarazzante.
Catch-22 (inglese). Dal romanzo di Joseph Heller (1961): un aviatore può chiedere di essere esonerato dalle missioni se è pazzo, ma chiedere l’esonero dimostra che è sano, quindi deve volare. È la regola che rende impossibile rispettare la regola, e in inglese è diventata un modo di dire.
Paperasserie (francese) e papeleo (spagnolo). Due parole diverse per la stessa montagna: la carta, le carte, le cartacce. I francesi, per sicurezza, hanno anche “tracasserie administrative”, le seccature amministrative.
Mandarino. Così i viaggiatori europei chiamavano gli alti funzionari dell’impero cinese, selezionati con esami severissimi e custodi di un apparato tanto colto quanto immobile. Oggi il mandarino è l’alto burocrate che conosce ogni regola e non ne cambia nessuna.
E adesso?
Borbonico, bizantino, kafkiano, fantozziano: parole diverse per la stessa esperienza, quella di una regola che ha dimenticato perché esiste. Su questo sito le raccontiamo con il sorriso, senza nostalgie e senza bandiere. Dal 22 ottobre continueremo il viaggio con il Dizionario borbonico, la rubrica che raccoglie, una voce alla volta, il lessico del cervellotico. Si comincia da una parola che ogni contribuente italiano conosce bene: “dovrebbe”.