La tassa sulla memoria, 14 anni dopo: Superciuk sbarca nel cloud

I diversamente giovani cresciuti con i fumetti di Alan Ford si ricorderanno di Superciuk: di giorno spazzino, di notte supereroe al contrario, rubava ai poveri per dare ai ricchi. Lo citiamo con tutto il rispetto per i suoi autori, Max Bunker e Magnus, perché nessuno ha mai spiegato meglio di lui un certo modo di intendere la redistribuzione. E perché ci è tornato in mente leggendo il nuovo decreto sull’equo compenso per copia privata.

Ne avevamo già parlato nel 2012, quando la chiamavamo la tassa sulla memoria. Da allora i CD sono spariti, i masterizzatori sono finiti in cantina accanto al videoregistratore, e nessuno ricorda più l’ultima volta che ha copiato un disco. La tassa invece c’è ancora, sta benissimo, e quest’anno ha persino imparato a volare: è sbarcata nel cloud.

Non chiamatela tassa

Precisiamo subito, prima che qualcuno si offenda: tecnicamente non è una tassa, è un “compenso”. Lo pagano produttori e importatori di dispositivi con una memoria, lo incassa la SIAE e lo gira ai titolari dei diritti d’autore. Serve a compensarli per le copie private che potremmo fare delle loro opere. Potremmo, al condizionale. Poi, naturalmente, il compenso finisce nel prezzo che paghiamo noi al negozio, ma questo è un dettaglio.

Le tariffe le ha aggiornate il decreto del Ministro della Cultura del 23 febbraio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 marzo. Rispetto al 2020 l’aumento medio è del 16,8%. Qualche esempio:

  • smartphone e tablet: da 3,39 a 9,69 euro, a seconda della memoria (7,36 euro per un 128 GB, 9,46 per un 512 GB);
  • computer: 6,07 euro, cifra fissa;
  • smartwatch: da 2,57 a 6,54 euro.

La vera novità però è un’altra: per la prima volta paga anche lo spazio nel cloud. Si parte da 0,0003 euro al mese per gigabyte, fino a un massimo di 2,40 euro al mese per utente. Diverse testate hanno scritto che l’Italia è il primo paese al mondo a farlo. Nel 2012, con una punta di preveggenza, avevamo scritto della tassa sull’aria: ci eravamo solo sbagliati sulla consistenza della nuvola.

Copiare cosa, esattamente?

Il primo motivo per cui questo balzello è assurdo è semplice: tassa tutte le memorie, ma le memorie non servono più a copiare film e canzoni. La musica la ascoltiamo in streaming, i film li guardiamo sulle piattaforme, e quando proviamo a copiarli sono i contenitori stessi a impedircelo. Nello smartphone ci finiscono le foto dei figli, le chat di famiglia, le ricevute del bollo auto e duecento screenshot di cui non ricordiamo il motivo.

Eppure il meccanismo funziona benissimo: nel 2024 ha portato circa 109 milioni di euro. Per chi compra un telefono per lavoro esistono esenzioni e rimborsi, ma qui la burocrazia dà il meglio di sé. Nel 2023 il Consiglio di Stato ha bocciato le vecchie regole perché i criteri non erano trasparenti e il sistema dei rimborsi era troppo gravoso. Nelle regole di oggi c’è un dettaglio delizioso: i rimborsi sotto i 5 euro restano sospesi finché non si accumula la soglia. Il salvadanaio, insomma, lo tiene qualcun altro.

Robin Hood al contrario

Il secondo motivo è quello che ci ha fatto pensare a Superciuk. Una parte dei soldi va a produttori e interpreti, un’altra ad autori ed editori. La quota degli autori, però, non viene divisa in parti uguali né in base alle copie private davvero fatte, che nessuno misura (ammesso che esistano). La SIAE la ripartisce in proporzione ai diritti che ciascuno ha già maturato con radio, TV, dischi e internet.

In pratica chi incassa di più continua a incassare di più, anche grazie al telefono con cui la nonna fotografa il nipote. Non serve una laurea in economia per capire da che parte vanno i soldi: tanto valeva tassare l’inchiostro delle penne, visto che anche con quelle, volendo, si può copiare.

Per onestà va detto che c’è un’eccezione: dal 2016 il 10% del compenso finanzia “Per Chi Crea”, i bandi SIAE per artisti under 35. Nel 2025 valevano oltre 9 milioni di euro. Un decimo del bottino, almeno, va a un Robin Hood vero.

"equo" compenso

E gli altri come fanno?

Viene naturale chiedersi se siamo i soli. Non lo siamo, e non siamo nemmeno i più cari.

  • Germania. Si paga, ma con un certo ordine: fino a 6,25 euro per uno smartphone destinato ai consumatori e la metà per quelli aziendali. Almeno qualcuno ha pensato che il telefono dell’ufficio non serva a copiare musica.
  • Francia. Qui la “copie privée” è una cosa seria: nel 2024 ha raccolto 246 milioni di euro, il 72% dagli smartphone, con una media di 13,72 euro a telefono. Dal 2021 pagano anche gli smartphone ricondizionati, che così possono pagare due volte. Però un quarto della somma, per legge, finanzia collettivamente creazione, spettacolo dal vivo, educazione artistica e formazione degli artisti. Il balzello resta, ma almeno sostiene la cultura e non solo i conti in banca dei più famosi.
  • Spagna. Oggi si pagano 3,25 euro per smartphone. Ma la storia migliore è quella di prima: dal 2012 il compenso lo pagava direttamente lo Stato con le tasse di tutti, compreso chi un telefono non l’aveva. Nel 2016 la Corte di giustizia europea ha fatto notare che non poteva funzionare così, e nel 2017 il canone è tornato sugli apparecchi.
  • Regno Unito. Nessun prelievo sui dispositivi. In compenso, dal 2015, copiare il proprio CD sul proprio telefono è tecnicamente illegale: il governo aveva introdotto un’eccezione, ma un tribunale l’ha annullata proprio perché mancava il compenso. Gli inglesi possono continuare a copiare, nessuno paga e nessuno li arresta. Anche questo, a modo suo, è un sistema.
PaeseSmartphoneIl dettaglio borbonico (o no)
Italiada 3,39 a 9,69 €Primi a far pagare anche il cloud, ma il 10% va ai giovani artisti
Germaniafino a 6,25 €I telefoni aziendali pagano la metà
Francia13,72 € in mediaIl 25% va alla cultura, ma pagano anche i telefoni ricondizionati
Spagna3,25 €Dal 2012 al 2017 pagava lo Stato, con le tasse di tutti
Regno Unitonessun prelievoCopiare il proprio CD è illegale, però gratis

Morale della favola

Il verdetto è meno scontato del solito: l’Italia non è la più cara, la Francia fa di peggio, e anche noi destiniamo qualcosa ai giovani. Restano due primati tutti nostri: aver esteso il compenso al cloud prima di chiunque altro e continuare a far pagare una memoria usata per tutto tranne che per copiare. Superciuk, se non altro, agiva di notte e sapeva di essere un cattivo.

Aggiornato a settembre 2026. Superciuk è un personaggio di Alan Ford, creato da Max Bunker e Magnus.

Fonti: Copia Privata Italia, Box Office, ZPÜ, Copie privée, CopyrightUser.

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